L’Isola
Island
Richard Laymon
slasher, teen, naturalistico
Independent Legions
416
1991
USA
Di Richard Laymon ho memoria di aver letto La Bara, anni addietro, e senza che mi abbia lasciato alcun ricordo, esclusa la sua discreta lunghezza rispetto al contenuto. Il romanzo di cui vi parlerò oggi si intitola L’Isola, recentemente pubblicato in italiano dall’attiva Independent Legions, casa editrice che ha preso a cuore lo stato delle uscite horror in Italia, acquistando diritti di autori anche importanti che in Italia mancavano da anni. In certi casi, erano del tutto inediti.
A prescindere, però, dall’apprezzabilissimo impegno che la casa editrice e il suo patron Alessandro Manzetti stanno mettendo in campo, è nostro compito – autoassegnato e autoimposto, ma sempre compito è – essere critici rispetto alla qualità del prodotto presentato. E L’Isola risulta deludente sotto i due punti di vista fondamentali: il contenuto e la traduzione. Se il primo non è certamente imputabile a nessuno se non all’autore, sulla seconda, purtroppo occorre muovere qualche appunto, poiché la presenza di errori, parole ripetute e sviste è diffusa in tutto il resto, peggiorando un’esperienza di lettura che, per quanto mi riguarda, già non era delle più imprescindibili.
La trama: una famiglia allargata, in vacanza su uno yacht, si ferma su un’isola apparentemente abbandonata delle Bahamas. Mentre si rilassano al sole, i membri della famiglia assistono all’esplosione dell’imbarcazione e alla probabile morte di Wesley, che era tornato a bordo per recuperare delle cose. Si ritrovano quindi isolati sull’isola e, di lì a poco, oltre alle difficoltà della sopravvivenza in conflitto con le forze naturali, si ritroveranno anche a dover fare i conti con un duplice omicidio che va a colpire due dei tre uomini sopravvissuti.
Laymon intesse una trama esile basata quasi esclusivamente sulla sopravvivenza, che condisce con elementi da mystery celando per circa metà del libro l’identità dei responsabili dei delitti. La narrazione avviene attraverso il diario di Rupert, fidanzato di Connie, che racconta ciò che avviene giorno per giorno, filtrando il tutto attraverso la sua capacità di osservazione e una costante, continua e, dopo le prime pagine, fastidiosa sottolineatura della bellezza delle donne del gruppo, presentata attraverso descrizioni dei loro corpi, del loro abbigliamento, dei loro corpi e, ancora una volta, dei loro corpi. Il tutto dalla prima all’ultima pagina, in qualsiasi situazione, emotiva e non, che il personaggio si trova ad affrontare, in un flusso costantemente pruriginoso e voyeuristico.
La narrazione è, inoltre, piuttosto ingenua, forse per una scelta stilistica precisa, adattandosi alle percezioni di un diciottenne. Risulta poco credibile la verbosità, l’abbondanza di descrizioni, il riporto di tutte le emozioni e le parole usate, anche a distanza di giorni, mentre in gioco c’è la vita di tutti i presenti e di chi scrive. D’altro canto, oltre a sembrare funzionalmente e strutturalmente fuori luogo, la stessa verbosità e lunghezza porta a inevitabile noia, che non viene aiutata dalla ripetitività delle situazioni.
La resa dei conti finali, preparata per tutto il testo e ampiamente prevista, avrebbe dovuto, nelle intenzioni dell’autore, contenere tutta la follia, la deviazione e il sadismo dell’artefice del piano. Quando finalmente si arriva al punto, però, Laymon non riesce a far niente di meglio che infarcire la narrazione di dialoghi innaturali, di ostentazione della follia data attraverso comportamenti bizzarri e marcati, e di violenza mostrata e raccontata superficialmente. Il risultato finale è quello di un tratto conclusivo che spinge a non parteggiare per nessuno dei personaggi: che si salvi o muoia una delle vittime o uno dei carnefici, il lettore è del tutto neutrale, spiazzato da una mancanza assoluta e centrale, il vero punto debole dell’intera storia: la mancanza di un movente autentico.
Alla luce di quanto detto, mi risulta difficile consigliare la lettura del romanzo. Troppo lungo in relazione al contenuto, formalmente non esente da difetti, ha profonde buche nel delineare dei personaggi realistici, finendo per renderli delle caricature esasperate di tratti umani stereotipati. Di buono resta la veste grafica e il lavoro svolto dalla casa editrice che, al di là della qualità del romanzo in questione, merita di essere supportata per il coraggio di investire su un genere letterariamente non così diffuso in Italia.
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