The Green Inferno
Eli Roth
cannibali, naturalistico
Lorenza Izzo, Ariel Levy, Aaron Burns, Kirby Bliss Blanton
2013
103'
USA
Ce l’abbiamo fatta. Dopo un’attesa durata quasi tre anni, finalmente The Green Inferno è giunto nei cinema. Lo ha fatto dopo un percorso tortuoso e sostanzialmente inspiegabile: la Worldview Entertainment, non desiderosa di investire per una campagna pubblicitaria imponente, provocò infatti la mancata promozione della pellicola e di conseguenza la cancellazione della data di uscita che era stata fissata. Dopo tanti mesi di silenzio, durante i quali nulla più si era saputo sulle sorti del film, grazie alla Blumhouse è stato finalmente possibile lanciare su scala mondiale la nuova fatica a firma Eli Roth.
Per i fan italiani, oltretutto, c’è stato anche il gradito omaggio dell’anteprima mondiale. Ciò è figlio in larga misura dell’ammirazione che Roth nutre per il cinema horror di casa nostra, ma nel caso di The Green Inferno è stato causato anche dall’innegabile legame che il suo nuovo film ha proprio con la produzione italiana, in particolare con il filone dei cannibal movies. Il primo titolo che salta alla mente è senza dubbio il seminale Cannibal Holocaust, un ritratto violentissimo e feroce del degrado morale, del sensazionalismo giornalistico e, in larghi tratti, dei sanguinosi rituali e delle cannibaliche abitudini delle tribù amazzoniche. Non è tuttavia il solo riferimento: il filone che Roth riprende è quello di pellicole come Il Paese Del Sesso Selvaggio, Mangiati Vivi!, Ultimo Mondo Cannibale e Cannibal Ferox.
Sarebbe tuttavia superficiale etichettare The Green Inferno come un remake. E’ bene metterlo subito in chiaro: non lo è. Non lo è poiché non bastano la presenza dei cannibali e l’ambientazione amazzonica a rendere due film uguali, assolutamente. Le differenze ci sono sia in termini di sviluppo e dinamiche di trama, sia in termini di contenuto e messaggio. La cosa che colpisce fin dai primissimi minuti è la ricchezza dei colori e la meraviglia dell’alta definizione, capace di rendere le panoramiche aeree della foresta amazzonica uno spettacolo per gli occhi. Non si erano mai ammirati quei luoghi con questo livello di dettaglio e con questa qualità di immagini, quantomeno in ambito cinematografico.
La trama: Justine è una studentessa universitaria appartenente al ceto borghese. Si interessa alle cause di un gruppo di attivisti capitanato da Alejandro, il cui prossimo obiettivo è quello di salvare una zona della foresta amazzonica, sita in Perù, evitando che gli interessi di una società privata sullo sfruttamento del gas naturale dell’area provochi il disboscamento e l’uccisione di un’antica tribù indigena. La giovane, con un tocco di ingenuità misto alla curiosità per l’avventura, decide di recarsi con loro sul posto. Il piano è semplice quanto pericoloso: armati solo dei loro smartphone, i membri del gruppo si recheranno sul posto ed affronteranno la milizia armata ingaggiata dalla società per uccidere i nativi e ripulire la zona. Gli attivisti confidano che lo streaming dei loro filmati sarà un’arma sufficiente per bloccare i miliziani e non correre pericoli. Tutto va secondo i piani, ma durante il volo di ritorno, il loro piccolo aereo subisce dei danni e precipita nel bel mezzo della foresta amazzonica, dove i superstiti finiranno ben presto prigionieri di un tribù locale.
Capelli neri a caschetto, pelle dipinta di rosso, fattezze andine, i membri della tribù portano i prigionieri presso il loro villaggio, dove la sciamana, col corpo dipinto col color senape, sceglie la prima vittima. La sua uccisione è brutale: gli vengono cavati gli occhi, tagliata la lingua e staccati a colpi di accetta gli arti. Successivamente le parti del suo corpo vengono cucinate in forni naturali e servite all’intera tribù, mentre gli altri superstiti, tra cui Justine, assistono terrorizzati dall’interno della loro gabbia.
Tra tentativi di fuga e nuove morti, emerge la falsità di Alejandro, che rivela come la loro azione fosse in realtà un semplice modo di farsi pubblicità e di raccogliere ulteriori adepti. Il supporto economico per l’impresa, infatti, arrivava da una società rivale di quella che stava per prendere possesso del territorio, e con la loro intromissione hanno fatto sì che fosse la nuova società a trarre vantaggio. Spiega pertanto che tra poco arriveranno con i loro bulldozer a radere tutto al suolo e ad uccidere i nativi.
Dove in Cannibal Holocaust vi era la forte condanna di un modo di fare notizia e spettacolo con la violenza, non rispettando niente e nessuno ma traendo vantaggio dal dolore e dal sangue, in The Green Inferno vi è un’amara presa di coscienza di come gli interessi capitalistici e i desideri di grandezza e potere vengano prima di tutto il resto, inclusi gli ideali. Ed è proprio in quest’ottica che va letto il finale che, naturalmente, neanche vi accenniamo per lasciarvi il piacere di scoprirlo.
The Green Inferno non è uno splatter e non pretende di esserlo. E’ un prodotto decisamente più orientato al mainstream rispetto ai precedentemente citati film appartenenti al filone dei cannibal movies, ma non per questo commerciale. Il fatto che abbia superato la censura senza dover operare tagli la dice abbastanza lunga sul livello di violenza che vi troverete di fronte. Fatico a pensare che lo spettatore più navigato sposterà gli occhi dallo schermo per via di immagini shockanti. Piuttosto, Roth riesce ad infilare nel suo film qualche momento divertente, rimanendo fedele al suo stile che a tratti vuole e deve essere scanzonato, per poi precipitare nel vortice del terrore e della violenza. Riuscita, a tal proposito, è la sequenza in cui i prigionieri infilano ne corpo di una compagna morta della marijuana: le reazioni della tribù dopo aver mangiato la carne della vittima sono divertentissime, ma nonostante ciò basta un attimo a Roth per riportare la vicenda su binari di tensione e pericolo.
E’ il momento di trarre delle conclusioni. Non nego di essere un simpatizzante di Eli Roth, regista di genere che ama l’horror, lo conosce e lo sa manovrare. Erano ormai troppi anni che era assente dalla scena in vesti di regista – numerose invece le sue produzioni e le partecipazioni – e l’uscita al cinema di un prodotto come The Green Inferno, tra l’altro sostenuto da un buon rumore pubblicitario, è positivo per l’intero movimento. Non sono in grado di tirar fuori il titolo dell’ultimo film su questi temi e con questo grado di violenza – per gli standard dello spettatore odierno, si intende – che abbia goduto di una distribuzione in sala. Si tratta di un prodotto di ottimo taglio registico e dal ritmo buono, che non si siede mai su quanto costruito fino a quel momento ma che anzi cerca di introdurre sempre l’evento, l’azione o la rivelazione che possa smuovere lo spettatore dalla comfort zone. Non rimane impresso perché da divoratori di pellicole di genere siamo già avvezzi al filone cannibalico ed a ben altre efferatezze, ma è una visione godibile, piacevole, un intrattenimento che funziona e non fa rimpiangere il costo del biglietto.
Curiosità:
- I nativi presenti nel film appartengono realmente ad una tribù peruviana che, a detta di Roth, non era mai stata filmata fino ad oggi. Lo stesso regista ha raccontato che i nativi non avevano la minima idea di cosa fosse un film, pertanto è stato mostrato loro Cannibal Holocaust. Apprezzandolo molto, e ritenendolo una commedia divertente, hanno accettato di partecipare alle riprese
- Lorenza Izzo, che interpreta la protagonista Justine, ha sposato Eli Roth l’8 novembre 2014
Warning: A non-numeric value encountered in /home/lucatrif/public_html/creepyvisions.it/wp-content/themes/explicit/functions/reviews.php on line 391







Lascia un commento