Paradise Beach – Dentro L’Incubo
The Shallows
Jaume Collet-Serra
animali assassini, naturalistico, thriller
Blake Lively, Óscar Jaenada, Brett Cullen, Sedona Legge
2016
87'
USA
Di Jaume Collet-Serra ho avuto modo di vedere due film: il remake de La Maschera Di Cera (2005) e Orphan (2009). Entrambi film belli, per motivi diversi. Il secondo è praticamente perfetto. Tuttavia, nonostante le vibrazioni positive che mi portavo dietro e che associavo al suo nome, mi sono avvicinato a questo Paradise Beach (apro un inciso: si sta sviluppando in Italia una terrificante tendenza a dare ai film americani un titolo diverso, ma sempre in inglese) con qualche titubanza. Innanzitutto non sono un grandissimo estimatore dei film con gli squali, che mi annoiano mediamente dal 1975; e poi l’uscita nei cinema in pieno agosto, con nessun divieto della censura americana, mi ha portato a considerarlo un filmetto estivo, leggero e senza particolari pretese.
Il nostro buon Jaume, invece, pur con la materia classica della minaccia portata da uno squalo, giostra con notevole sicurezza una vicenda dalla difficile gestione. Su ottanta e rotti minuti di durata complessiva, infatti, circa sessanta si svolgono su uno scoglio, con una ragazza ferita e uno squalo che gira intorno in attesa che torni l’alta marea. Sessanta minuti con un personaggio, zero possibilità di movimento e di interazione, zero dialoghi. Far funzionare un film del genere non era facile, ma il regista spagnolo dimostra, oltre alle capacità già ammirate, una personalità degna di nota, caricandosi sulle spalle un soggetto esile ma una buona sceneggiatura e tirandone fuori un filmetto che, onestamente, non è proprio niente male.
Nancy, una studentessa americana di medicina che sta attraversando un periodo di dubbi sul suo futuro, in seguito alla morte della madre, intraprende un viaggio che la porta a rintracciare una spiaggia messicana praticamente sconosciuta ai turisti, ma alla quale è legata da un ricordo. Possiede infatti una foto di sua madre scattata proprio su quella spiaggia quando era incinta di lei. Accompagnata da un uomo del luogo, raggiunge la splendida spiaggia per godersi, da sola, una giornata di surf e ricordi. Tutto sembra procedere bene, in un clima di totale tranquillità e in un contesto naturalistico bellissimo (il film è stato girato in Australia). Decisa a prendere l’ultima onda prima di andar via, Nancy viene assalita da uno squalo, il cui morso le causa una brutta ferita sul quadricipite.
I due ragazzi che stavano facendo surf sono in procinto di andare via e non si accorgono della ragazza che invoca aiuto. Poco prima le avevano detto di prestare attenzione alla marea, che a partire dal tardo pomeriggio fino al mattino avrebbe portato in superficie delle rocce. E proprio uno scoglio emerso per via della marea diventa il rifugio sicuro per Nancy, che si sutura il taglio sulla coscia e intraprende una lunga lotta per la sopravvivenza in solitaria, accompagnata da un gabbiano anch’esso ferito che diventerà il simbolo della sua vicenda e della rinascita.
Sebbene viva essenzialmente di cose già viste, Paradise Beach – Dentro L’Incubo introduce un elemento in particolare di interesse: il rifugio a tempo. Lo scoglio sul quale la protagonista trova la salvezza, infatti, sarà disponibile fin tanto che non si alzerà nuovamente la marea, cosa che avverrà il mattino seguente. A quel punto Nancy non avrà più alcun rifugio sicuro e dovrà ingegnarsi per salvarsi dallo squalo che, nel frattempo, nuota circolarmente intorno a lei, in attesa di poter attaccare la preda. Questa piccola variazione permette al film di vivere di uno stato di tensione a lungo termine che funziona nonostante il lungo tratto in cui Nancy rimane ferma sulla roccia, in attesa.
Il finale, un po’ lento e anche posticcio, non rende merito al resto del film ma si incastra bene nel contesto di una storia circolare di lutto e rinascita che viene raccontata e di cui la vicenda dello squalo è solo uno specchio. Blake Lively è convincente nella sua interpretazione e porta sulle sue spalle l’intero film con una recitazione non troppo marcata e piagnucolosa, ma anzi con coraggio e forza d’animo. Collet-Serra, dunque, si conferma regista di genere capace anche in un film molto diverso dagli horror citati in apertura di recensione. Il buon successo ottenuto negli Stati Uniti dal film, soprattutto in relazione al budget, sono la prova che può dirigere un film di caratura maggiore, magari con una sceneggiatura articolata e interessante. Lo aspetteremo al varco.
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