Janara
Roberto Bontà Polito
stregoneria
Alessandro D’Ambrosi, Gianni Capaldi, Laura Sinceri, Rosaria De Cicco
2015
93'
Italia
Ogni qual volta si affaccia nelle sale cinematografiche oppure sul mercato dell’home video una produzione horror, o affine al genere, italiana, mi ci avvento con speranza e fiducia. Un po’ perché abbiamo una tradizione gloriosa – che, ad onor del vero, comincia a essere piuttosto distante nel tempo – ma anche perché sono dell’idea che bisogni fattivamente supportare la scena. Così, ho ordinato a scatola chiusa il dvd di Janara, sapendo appena di cosa trattava. Ora che lo so meglio, posso parlarvene nella sola maniera che conosco: quella schietta e sincera.
La janara è una figura del folklore locale del beneventano, che si lega alla storia delle streghe di Benevento. Ambientato nel paese di San Lupo, il film segue una coppia, Alessandro e Marta, che arriva in paese in seguito alla morte del nonno di lei, per sistemare una questione di eredità. Marta manca dal suo paese natale da dieci anni e sembra aver rimosso alcuni ricordi. A San Lupo, infatti, tendono a sparire i bambini, e proprio di recente ne sono scomparsi alcuni, seminando il terrore nella piccola e superstiziosa comunità.
Sui davanzali e sui porticati di tutte le abitazioni viene collocata una ciotola con del sale perché la leggenda vuole che la janara sia costretta a contarne i granelli. Così facendo, si attarda fin quando spunta il sole, che la rende inoffensiva. Non c’è, dunque, un modo per sconfiggere la strega. L’unico modo per affrontarla è bloccarla, tenendola impegnata fino al giungere del giorno.
L’arrivo in paese della coppia non è dei più felici: vengono accolti dal generale astio degli abitanti di San Lupo, oltre che da quello di Veronica, la sorella di Marta, con la quale ha un rapporto conflittuale dovuto a un passato complicato. In questo contesto emergono alcune figure ambigue: la prima è proprio Veronica, i cui scopi sono poco chiari e che agisce in maniera piuttosto lasciva, alternando gravi torti a gesti d’affetto; c’è poi il marito della donna che li ospita, un uomo schivo, scontroso, che trascorre le notti fuori, senza dare spiegazioni; e don Andrea, un prete americano che, secondo alcuni, non è né un vero prete, né una brava persona.
La janara, dapprima solo sottintesa e accennata, emerge in maniera netta nella seconda metà del film, fino a manifestarsi apertamente in quello che appare, in prima battuta, un finale troppo veloce e ottimista rispetto a quanto seminato fino a quel momento. Per fortuna il sottofinale, finalmente utile, toglie quella sensazione di conclusione raffazzonata. Il vero problema del film, tuttavia, è che è scritto in maniera legnosa e meccanica, con uno sviluppo di trama a tratti confuso. Vengono infatti inserite alcune sottotrame che hanno poca ragione d’essere, non aggiungendo granché all’economia del film e, in certi casi, non venendo nemmeno risolte.
Difetto forse ancora più grave è il ritratto retrogrado degli abitanti di San Lupo, descritti come superstiziosi e talmente facili da pilotare che, in seguito a un discorso di don Andrea, diventano violenti e pronti al linciaggio spietato e cieco. Per finire, le interpretazioni dei protagonisti risultano molto meccaniche e fredde, talmente poco convincenti infiacchire i loro personaggi, già piuttosto bidimensionali. La regia si mantiene su livelli dignitosi e sufficienti; la fotografia, dai toni sempre molto freddi, non si adatta bene al contesto e alla storia; nota di demerito per l’utilizzo del sonoro, a volte troppo invasivo. Occasione persa, dunque: non basta, infatti, un’interessante figura del folklore locale per dar vita a una buona storia.
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Quoto tutto.