Sei Donne Per L’Assassino
Mario Bava
giallo
Eva Bartok, Thomas Reiner, Cameron Mitchell, Arianna Gorini
1964
89'
Italia, Francia, Germania
La vena estetica di Mario Bava, regista che il sottoscritto ritiene un autentico maestro artigiano del cinema italiano di genere, raggiunse il suo culmine intorno alla metà degli anni Sessanta. Prova ne è che, dopo quel gioiellino antologico intitolato I Tre Volti Della Paura, a distanza di un anno circa ecco giungere un film molto diverso in termini di contenuto, ma dall’uso delle luci e dei colori molto simile. Il lavoro nella costruzione della scenografia e delle immagini raggiunge nuove vette e si incastona in una vicenda dai toni torbidamente foschi che segnerà il solco per l’intera tradizione del giallo all’italiana, e non solo.
Il film si apre con un omicidio che avviene nelle vicinanze di un atelier di moda: una ragazza, di rientro a tarda sera, viene aggredita lungo un viale da un misterioso individuo con un lungo impermeabile, cappello nero e volto coperto da un cappuccio bianco. E’ solo il primo di una serie di delitti che seminerà il panico tra le modelle dell’atelier, in una striscia di sangue che l’ispettore Silvestri fatica a dipanare. Gli omicidi, che via via divengono sempre più efferati e sadici, non si interrompono neanche quando prende la decisione di trattenere tutti gli uomini che ruotano intorno all’atelier, sia per motivi di lavoro sia per relazioni con le modelle. Anche durante quella nottata, infatti, l’assassino entra in azione e soffoca la quarta ragazza della serie.
A suo perfetto agio nel dirigere un team internazionale – solo l’anno prima aveva diretto Boris Karloff (nel già citato I Tre Volti Della Paura) e Christopher Lee (La Frusta E Il Corpo); nel 1960 aveva diretto Barbara Steele (La Maschera Del Demonio) – Mario Bava porta sul grande schermo una storia di tradimenti, amori nascosti e bramosia, nella quale tutto muove da un primo omicidio, di cui lo spettatore sarà solo in una fase avanzata del film, che scatenerà tutta la terribile sequenza di morti. Alcune inevitabili, per via di diretta conoscenza dei fatti, altre che via via si renderanno necessarie per continuare a coprire lo scomodo segreto.
Non contenti, però, gli autori mischiano ulteriormente le carte: dopo aver fatto cadere i sospetti dello spettatore su diversi dei personaggi in gioco, svelano il segreto ma la striscia degli omicidi si allunga ancora, stavolta per motivazioni differenti. Nonostante questo continuo fluttuare delle indicazioni fornite, la storia rimane coesa e con uno sviluppo credibile, gestendo con buona misura il numeroso cast e dando voce e ruolo a ciascun personaggio, pur senza far perdere ritmo né verosimiglianza alla vicenda.
Con Sei Donne Per l’Assassino Bava delinea i confini estetici e contenutistici del giallo all’italiana. Aveva già iniziato questo percorso con La Ragazza Che Sapeva Troppo, più Hitchcock-iano, ma è con questo film che lo porta avanti nella direzione che sarebbe stata in seguito ripresa e sviluppata da registi come Dario Argento, Lucio Fulci, Umberto Lenzi e Sergio Martino. Gli elementi che caratterizzano questo filone sono già tutti codificati: l’assassino misterioso che agisce con i guanti neri, l’impermeabile e il volto coperto; la sequenza di vittime (antesignana del genere slasher); la nudità femminile che aggiunge tocchi di erotismo e di morbosità; la varietà dei delitti, compiuti in maniera che, negli anni, diverrà sempre più efferata; il mistero da districare per individuare l’identità dell’assassino, che è quasi sempre in scena fin dalle prime battute del film.
A questi elementi di contenuto, Bava aggiunge come sempre il suo tocco artigiano e inconfondibile, con illuminazioni curate al centimetro, intensi chiaroscuri, macchie di colore denso, musiche ossessive. Vedere un film come Sei Donne Per L’Assassino può avere effetto dicotomico: da un lato, ci si imbatte inevitabilmente in caratteristiche e trovate ampiamente viste e ormai banalizzate nei decenni, ma che proprio questo film contribuì a codificare; dall’altro, si rimane colpiti dal fatto che, a cinquanta e rotti anni di distanza, il film funziona ancora. Ha il ritmo, la forza narrativa e l’estetica per essere visto ancora oggi non solo in chiave di riscoperta storica, ma proprio per apprezzare un film che, anche nel 2016, merita di essere visto.
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