Una Lucertola Con La Pelle Di Donna
Lucio Fulci
giallo, onirico
Florinda Bolkan, Stanley Baker, Jean Sorel, Anita Strindberg
1971
99'
Italia, Francia, Spagna
Dopo la prima incursione nel giallo, avvenuta nel 1969 con Una Sull’Altra, Lucio Fulci tornò presto a dedicarsi al genere, lanciato ormai al successo da Dario Argento, con Una Lucertola Con La Pelle Di Donna. Avvalendosi di un cast in buona misura già di sua fiducia, Fulci ebbe anche la fortuna, dettata da una serie di fattori concomitanti, di avere come protagonista Florinda Bolkan, attrice brasiliana che stava avendo un notevole successo dopo le collaborazioni con Elio Petri, Luchino Visconti ed Enrico Maria Salerno.
Come si diceva in apertura, il successo di quello che sarebbe passato agli annali come giallo all’italiana era ormai chiaro, e come naturale conseguenza vennero partoriti un gran numero di film che ricalcavano in maniera più o meno fedele i canoni estetici e tematici che avevano caratterizzato il grande successo de L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo di Argento. Si riscoprì anche un maestro, sempre italiano, come Mario Bava, che era stato antesignano anche di quel filone col suo La Ragazza Che Sapeva Troppo. Il clima di entusiasmo intorno al genere era palpabile, così come i tentativi di monetizzare quanto più possibile.
In quello scenario vivace e dalla qualità altalenante, Lucio Fulci, che proveniva da un percorso fatto per la maggiore da commedie e che era noto al grande pubblico per i film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, si inserì con la sua consueta verve. La caratteristica per cui il regista romano è maggiormente famoso, infatti, è la sua capacità di spaziare tra un notevole spettro di generi, inserendo in ciascuno elementi di rottura. Non per niente, Fulci stesso amava definirsi come un terrorista dei generi.
Anche con Una Lucertola Con La Pelle Di Donna, quindi, tenta di battere un filone caldo e potenzialmente remunerativo, a partire dal titolo che richiama la zoonomia dei film argentiani e che venne abbondantemente copiata. Ma lo fa alla sua maniera, intrecciando erotismo e una fortissima componente onirica, che diventa il vero motivo portante del film. Nella Londra settantiana, Carol Hammond è in cura presso uno psichiatra, al quale racconta i propri sogni ricorrenti, che denotano un difficile rapporto con la propria sessualità e una qualche forma ossessiva nei riguardi della vicina di casa, Julia Durer. Julia è una donna libera e libertina, che organizza frequenti feste a base di musica, droghe e sesso. Carol invece è una donna solitaria e trascurata dal marito. La sua apatica quiete viene però spezzata quando, in seguito a un sogno in cui sognava di uccidere la Durer, viene a sapere che la vicina di casa è stata uccisa realmente, e proprio con le modalità che aveva vissuto nel sogno.
Da quel momento in poi scattano le indagini e il vortice di sospetti che confondono a più riprese lo spettatore. A creare ulteriore movimento narrativo c’è la concreta possibilità che tutto ciò cui si sta assistendo altro non sia che una farneticazione della protagonista, preda dei suoi deliri e dei suoi incubi. In un clima talvolta ovattato e a tratti violento, il film si snoda in maniera fluida e irrazionale fino alle battute finali quando, nonostante la volontà di Fulci, viene data una spiegazione del mistero. Tra gli episodi di maggiore violenza, occorre segnalare la scena dei cani vivisezionati, trovati da Carol all’interno di un’ospedale durante un tentativo di fuga. Per questa scena, Fulci e la produzione del film, tra cui Carlo Rambaldi, curatore degli effetti speciali, ebbero diverse accuse e furono chiamati in tribunale, con l’accusa di aver realmente maltrattato e ucciso animali. L’accusa ovviamente cadde quando si dimostrò che si trattava di un trucco scenico.
In fase di lavorazione, il regista, co-autore della sceneggiatura, non voleva che ci fosse alcun finale compiuto, anche in virtù del fatto che tutto ciò che accade nel film è piuttosto strambo e i pezzi non riescono a stare tutti insieme. La produzione, però, insistette affinché venisse data alla vicenda un finale chiarificatore, anche per non deludere lo spettatore. La soluzione finale non è convincente e viene fornita una spiegazione che si adatta alla meno peggio agli avvenimenti, oltretutto in poche rapide battute di un dialogo che avviene quasi sui titoli di coda.
Nonostante l’ingenuità del finale e qualche scelta estetica dubbia, Una Lucertola Con La Pelle Di Donna presenta dei punti di interesse notevoli. Pur aderendo a un genere che si stava definendo sempre dei più nei suoi canoni, Fulci riesce a non utilizzare elementi che sembravano imprescindibili: si pensi ad esempio alle modalità dei delitti, che solitamente avvenivano mostrando la mano guantata in soggettiva dell’assassino; oppure al fatto che non si tratti di una catena di omicidi, bensì di un singolo episodio delittuoso. Corre inoltre sul filo del binomio sogno/realtà, giocando sull’illusione e sull’incertezza. Anche tecnicamente adopera soluzioni interessanti, tra contrasti tra campo lungo e primi piani nelle stesse scene, oppure con l’uso della mezza lente per tenere a fuoco soggetti su piani diversi.
Pur se non esente da difetti, Una Lucertola Con La Pelle Di Donna – il cui titolo è, per inciso, completamente lontano dalla storia narrata e dai suoi temi – è un giallo di buona fattura e realizzato con coraggio e voglia di lasciare il segno. Avrebbe fatto da apripista a quello che, di lì a poco, sarebbe stato il film di migliore caratura regalato da Fulci agli amanti del genere: Non Si Sevizia Un Paperino.
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