The Void
Jeremy Gillespie, Steven Kostanski
creature, home invasion, body horror
Aaron Poole, Kenneth Welsh, Daniel Fathers, Kathleen Munroe
2016
91'
Canada
Un altro buon progetto portato alla luce grazie al crowdfunding, mezzo che permette di basarsi sul finanziamento a opera dei potenziali fan del proprio prodotto, che decidono di investirci proprio per vederlo realizzato. Con The Void ci tuffiamo nell’horror ottantiano, quello di John Carpenter ma anche di Re-Animator, de La Casa, de L’Aldilà di Fulci. Cinema di genere allo stato puro che fonde al suo interno elementi fantascientifici, body horror e suggestioni che più Lovecraft-iane non si può. Quale sarà stato il risultato finale alla luce di tutta questa carne al fuoco?
Il film entra subito nel vivo, con una prima mezz’ora tambureggiante. Lo spettatore è gettato di e con forza nell’azione brutale di due uomini, un padre col figlio muto, che uccidono una ragazza bruciandone il corpo e mettono in fuga un altro ragazzo. Quest’ultimo, ritrovato da un agente di polizia, viene soccorso e portato nell’ospedale più vicino, ormai quasi abbandonato in seguito a un incendio. La situazione si fa calda anche lì dentro: una delle infermiere, pilotata da qualche entità malvagia, uccide con delle forbici un paziente e prova ad attaccare l’agente che, terrorizzato nel vederle il volto scarnificato, si difende sparandole e uccidendola.
Ma non basterà: la donna tornerà sotto forma di una orrenda creatura dalle fattezze aliene e munita di tentacoli appuntiti, e verrà abbattuta solo grazie all’irruzione della coppia padre/figlio vista in apertura. Come se non bastasse il clima di tensione costante che si vive all’interno dell’ospedale, che non concede la minima tregua, all’esterno si radunano degli uomini vestiti di bianco e incappucciati. Se ne stanno schierati, fermi, con un pugnale in mano e un triangolo nero disegnato in corrispondenza del volto. Il loro scopo non è ben chiaro, ma sembrano interessati a tenere tutti bloccati dentro l’ospedale, più che a cercare di entrarvi.
Bene, siamo dunque giunti intorno al minuto trenta del film, in una corsa forsennata di cui ho omesso diversi elementi per evitare di fare un listone di eventi. The Void parte talmente forte da non dare nemmeno il tempo di prendere una birra dal frigo: volenti o nolenti, vi toccherà rimanere incollati allo schermo. Dopo un inizio così rombante, l’azione resta, ma le atmosfere mutano, spostandosi sempre più verso l’irreale, verso una specie di mondo alternativo che si concretizza nei sotterranei – forse inesistenti nella realtà – dell’ospedale. Lì i nostri, spinti dall’agente e dal suo desiderio di salvare la moglie, entreranno in contatto con altre mostruose creature e con l’ideatore di quel culto finalizzato a uno scopo molto chiaro e personale, i cui indizi erano stati disseminati nella trama in maniera nemmeno troppo velata.
La confusione che regna nella sceneggiatura di The Void è tanta, e tocca provare a fare ordine per evitare di rimanere seppelliti dalle tante azioni e dalle rade spiegazioni. Il film scorre infatti troppo spesso sui binari delle azioni/reazioni, finendo per delineare dei personaggi estremamente stereotipati che urlano e si muovono sulla base di un obiettivo che rimane lo stesso per tutta la durata del film. La scarsa caratterizzazione e la poca chiarezza delle loro motivazioni autentiche spinge lo spettatore a non provare empatia, limitandosi a godersi il viaggio.
Le suggestioni del mondo alieno degli Antichi e la setta che offre sacrifici umani alle mostruose divinità sono tra gli elementi più visivamente forti e caratteristici del film. Il gran sforzo compiuto in fase di realizzazione degli effetti speciali, vecchio stile ed efficaci anche quando si avvalgono di tonalità troppo ostinatamente scure, non è pareggiato da quello di infondere nella sceneggiatura una vita vera, sia per i personaggi sia per il background della storia principale. I suggerimenti legati al tema dell’incubazione e del parto sono fin troppo urlati, e si fatica a individuare un eroe nella storia, che ha almeno due protagonisti. Nella scarsa padronanza della materia narrativa, però, il duo di autori e registi riesce a trovare una strada espressiva affascinante che, seppur da b-movie, regala dei bei momenti.
Il finale, anch’esso suggestivo, non dipana alcun dubbio. Ma è forse anche dalla mancanza di spiegazioni e di risposte che trae forza un film che riesce a funzionare, a regalare immagini forti e un gusto che, pur affondando nel trash, rimane gradevole. A molti nostalgici piacerà, neanche poco; per tutti gli altri, una visione è fortemente consigliata. Potrebbe sorprendervi.
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