The Boy
William Brent Bell
bambole, bambini malefici
Lauren Cohan, Rupert Evans, James Russell, Jim Norton
2016
97'
USA, Cina, Canada
Non ho un gran feeling con William Brent Bell, di cui ho guardato tutti i film tranne il primo (Sparkle And Charm). Ciononostante, nell’ordine in cui li ho guardati, differente da quello cronologico, ho avvertito un miglioramento, e con The Boy il regista statunitense, grazie a una sceneggiatura discretamente interessante a opera di Stacey Menear, riesce finalmente a trovare una sua dimensione qualitativamente apprezzabile.
La protagonista Greta, interpretata da Lauren Cohan, la Maggie di The Walking Dead, è un’americana che decide di trasferirsi in Inghilterra, in fuga da qualcosa o qualcuno. Trova lavoro come babysitter in una meravigliosa villa in un contesto rurale. Tuttavia, al primo giorno di lavoro, le cose non saranno come si aspettava. I coniugi che l’hanno assunta sono due persone anziane e quando le presentano il piccolo Brahms, Greta scopre che è in realtà un pupazzo di ceramica.
La sua prima, naturale reazione è quella di esplodere in una risata, ma si accorge che i coniugi sono terribilmente seri, e che in particolare la donna nutre una vera e propria ossessione per il pupazzo, trattandolo a tutti gli effetti come un bambino: gli parla, lo cambia d’abito, gli prepara i pasti, gli legge poesie, gli fa ascoltare la musica. Il tutto seguendo una routine precisa di cose che Brahms richiede per ritenersi soddisfatto.
L’anziana coppia, dopo aver fornito tutte le informazioni del caso a Greta, assieme a una lista di dieci cose da non dimenticarsi mai di fare, lascia la casa e parte per una vacanza. La ragazza, chiaramente frastornata dalla stranezza della situazione, non prende sul serio il proprio incarico e abbandona il pupazzo su una sedia, senza accudirlo e senza soddisfare le richieste presenti nell’elenco. Nel corso di questo breve interludio, durante una conversazione telefonica con un’amica, veniamo a scoprire che Greta è fuggita da un ex-ragazzo violento, che sembra averle fatto tanto male in passato. La sua decisione di abbandonare gli Stati Uniti deriva quindi dalla sua voglia di cancellare una parentesi dolorosa.
Tuttavia, ci sarà poco spazio per le riflessioni sul passato, perché nella villa cominciano a succedere cose strane: una sera in cui Greta doveva uscire col ragazzo che consegna il cibo spariscono i suoi vestiti, e nota che il pupazzo si è spostato. Pur rifiutando inizialmente la possibilità che ci sia qualcosa di soprannaturale, il corso degli eventi la porterà a rendersi conto che c’è davvero qualcosa di speciale in quel pupazzo. Da quel momento, quindi, inizia ad accudirlo così come richiesto, trasformandosi a tutti gli effetti in una versione più giovane dell’anziana madre di Brahms.
Tutto procede per il meglio, con questa improvvisa accettazione da parte di Greta, che viene spiegata invero assai debolmente con una sua prevedente gravidanza interrotta per via delle violenze ricevuto dall’ex-ragazzo Cole. Le cose cambiano quando proprio quest’ultimo, una volta scoperto dove si fosse trasferita la ragazza, si presenta in casa pretendendo che torni con lui. Il suo arrivo scatenerà la sequenza di eventi conclusivi che concorreranno a un finale con un colpo di scena un (bel) po’ forzato.
The Boy non è affatto male. La sua premessa è interessante, così come lo svolgimento della prima parte. Lascia intendere, mediante il personaggio del padre e del ragazzo delle consegne, che c’è qualcosa di oscuro nel passato della famiglia, in particolare legato al “vero” Brahms. Riesce così a mantenere alto l’interesse, anche grazie a una buona ambientazione domestica che deve qualcosa a L’Evocazione in termini di gestione degli spazi.
Dove invece il film lascia a desiderare e perde punti è nel tentativo, apprezzabile nel concetto ma deprecabile nella sostanza, di dare una backstory a Greta, al fine di giustificare la sua volontà di prendersi cura del pupazzo. La connessione con la sua gravidanza violentemente interrotta è troppo debole per rendere credibile che la ragazzi inizi ad accudire il pupazzo come se fosse il proprio figlio. Inoltre, il colpo di scena finale è smaccatamente forzato e del tutto non credibile, calato dentro solo per stupire ma senza aver preparato adeguatamente il terreno per rendere quell’evento un qualcosa di accettabile per lo spettatore.
Non voglio però smontare tutto il castello costruito dal film, perché ha comunque dei momenti validi, quasi tutti concentrati nella prima metà. In generale, come dicevo in apertura, mi sembra che si tratti in maniera piuttosto chiaro della prova registica migliore, fino a questo momento, da parte di Brent Bell, e per quanto mi riguarda me lo faccio bastare. La buona premessa e lo sviluppo non del tutto banale sono senza dubbio una buona ragione per guardare il film.
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