Gran Bollito
Mauro Bolognini
serial killer, ossessione
Shelley Winters, Max Von Sydow, Renato Pozzetto, Laura Antonelli
1977
115'
Italia
Leonarda Cianciulli è passata alla storia con la definizione, giornalistica e roboante, di saponificatrice di Correggio. Quanto ci sia di vero non è dato sapere, dal momento che per la maggiore ci si basa su un memoriale da lei firmato e che appare quanto mai improbabile che abbia realmente scritto, ma di sicuro si macchiò dell’omicidio di tre donne tra il 1939 ed il 1940, distruggendo in seguito ogni traccia dei loro corpi. Narrò di aver realizzato delle saponette sciogliendo i loro corpi in un pentolone con soda caustica e colonia; fece inoltre dei biscotti a base di sangue delle vittime, latte e cioccolato, e li fece mangiare ai figli, in una forma ritualistica che doveva salvarli dalla morte.
Al di là delle dichiarazioni roboanti della donna, che in un italiano molto traballante affermava “Me le ho mangiate le mie amiche…una in arrosto, una a stufato, una bollita…”, è evidente quanto potenziale cinematografico avesse la sua storia, e l’occasione fu colta dal regista toscano Mauro Bolognini, che nel 1977 ne trasse un film dal titolo Gran Bollito. Scelse come protagonista la due volte premio Oscar Shelley Winters.
La vicenda segue in maniera relativamente fedele quanto accadde a Correggio, sebbene la sceneggiatura opera alcune differenze. Va subito fatto notare come non si tratti di un horror in senso stretto, per quanto la storia ne abbia tutto il potenziale: si tratta piuttosto di un drammatico, ma ancor di più di un morboso, con un forte sottotesto incestuoso e solo qualche riferimento alla componente della negromanzia che sembrerebbe aver ricoperto un ruolo piuttosto primario nelle azioni della Cianciulli.
La donna, appena giunta nel paese dove si era trasferito il marito, assiste alla sua paralisi. Pare proprio a quel punto fare un qualche patto con la morte, affinché l’uomo possa rimanere in vita. Ad emergere però in maniera netta è il rapporto col figlio Michele, l’unico in vita: la donna infatti aveva dovuto sopportare la morte di ben dodici figli, durante la gravidanza o poco dopo la nascita. Quell’unico figlio rappresenta tutto per lei e l’attaccamento è morboso, maniacale e malato, lasciando anche percepire qualche venatura incestuosa.
Il rapporto con tre donne del luogo, tutte accomunate dalla solitudine, sarà decisivo quando Lea dovrà garantire il bene del figlio e del marito, offrendo non meglio specificati oboli. Gli omicidi avvengono tutti allo stesso modo: l’amica viene invitata in casa, viene drogata con una bibita e colpita a morte con una mannaia, dopodiché prende il via il processo di saponificazione nel calderone e di preparazione dei biscotti. L’aspetto curioso è la scelta di far interpretare le tre vittime ad attori di sesso maschile: sono infatti Max Von Sydow (L’Esorcista), Renato Pozzetto e Alberto Lionello ad indossare i panni di Lisa, Berta e Stella, fregiandosi di interpretazioni vigorose e divertenti, con una piccola nota di merito in particolare a Pozzetto.
Il cast nella sua interezza è molto interessante: oltre alla protagonista, brava nel dipingere la fredda ed ignorante malvagità della donna, il film vede la partecipazione di Laura Antonelli (Malizia), star degli erotici degli anni Settanta, di Milena Vukotic e Liù Bosisio, ai più noti come le due attrici che si sono alternate nel corso degli anni nell’interpretazione di Pina, la moglie del ragionier Ugo Fantozzi. Le atmosfere si fanno tese solo nelle battute conclusive, che vedono il confronto tra Lea, ormai fuori controllo e nel mirino della polizia, e Sandra, la fidanzata del figlio, della quale è mortalmente gelosa.
Gran Bollito è un bel film. Forte di una vicenda su cui si basa che doveva per forza funzionare, si fregia di una rilettura che sceglie di dare risalto a certi elementi, lavorando anche di fantasia, e lasciandone altri in secondo piano. Le interpretazioni valide, i toni a tratti spensierati da commedia e il gustosissimo trio di amiche corona un prodotto che in realtà nasconde molto più di quanto non mostra o dice chiaramente, lavorando con finezza – e velleità commerciali – in modo da non sbattere troppi dettagli macabri e inquietanti in faccia al vasto pubblico, ma così facendo riesce paradossalmente a dare un gran risalto ai sottili riferimenti ed alle mezze frasi che gettano luce sulle reali motivazioni. Il finale, con una scena, che ha un sapore simile a quanto si vede nelle fasi conclusive de La Casa Dalle Finestre Che Ridono, accetta di adottare un’estetica più classicamente da horror all’italiana, regalando la suspense che fino a quel punto era mancata. Non perfetto, a tratti anche piuttosto povero in avvenimenti in favore di momenti di puro intrattenimento, però nel complesso una proposta valida e una rilettura interessante di un episodio macabro della storia italiana recente.
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