Tenebre
Dario Argento
serial killer, giallo
Anthony Franciosa, Christian Borromeo, John Saxon, Daria Nicolodi
1982
97'
Italia
Il settimo tuffo nel mondo del terrore compiuto da Dario Argento risponde al titolo di Tenebre. Dopo una prima fase di carriera durante la quale il regista romano prediligeva titoli lunghi e articolati, la seconda metà degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta furono invece caratterizzati da titoli composti da una sola parola. Con Tenebre, inoltre, quello che ai tempi era considerato il maestro del cinema horror italiano torna sui propri passi e, dopo aver compiuto due salti nel mondo del soprannaturale e dell’onirico con i primi due film della trilogia delle Madri (Suspiria e Inferno), riprende una materia che ne aveva determinato la fortuna nei primi anni di attività e che aveva portato a pieno compimento estetico, tecnico e concettuale nel suo eterno capolavoro Profondo Rosso.
Argento rivelò che nello stendere la sceneggiatura del film si era ispirato ad una vicenda che aveva vissuto sulla sua pelle solo pochi anni prima. Pare infatti che intorno al 1980 il regista, ai tempi all’apice della notorietà e del successo, fu perseguitato per un certo periodo da un fan ossessionato, che continuava a telefonargli a casa su base praticamente quotidiana e che arrivò anche a minacciarlo di morte. E’ possibile identificare nel film in maniera molto chiara gli elementi principali della vicenda occorsa ad Argento: infatti, il protagonista è uno scrittore di gialli di gran successo che si reca a Roma e riceve subito una visita della polizia, che lo avverte dell’omicidio di una ragazza, avvenuto secondo le modalità di una uccisione svoltasi nel suo ultimo romanzo, Tenebrae. Non solo: nella bocca della vittima vengono trovate pagine strappate proprio da quel libro, e per completare il quadro l’assassino lascia una busta indirizzata allo scrittore e contenente una citazione tratta sempre dal suo ultimo libro.
Il film vive di un’alternanza tra momenti relativamente banali, quali le indagini e le scene più quotidiane, e una costruzione delle scene dei delitti letteralmente da antologia del cinema. Argento, coadiuvato da Lamberto Bava come aiuto regista e da Michele Soavi come assistente alla regia, – entrambi anche presenti con un piccolo cameo nel film – sforna le sequenze probabilmente migliori della sua carriera dal punto di vista tecnico, con un crescendo di suspense calibrato al milligrammo e una dose di sangue maggiore anche rispetto al non certo leggero Profondo Rosso.
Val la pena ricordare in maniera particolare l’intera sequenza che vede come sfortunate protagoniste Tilde e la sua compagna. Della durata di circa tre minuti, costò tre giorni di lavoro ma il risultato finale è incredibile, con la telecamera che riprende l’esterno del palazzo e passa da una parte all’altra, sorvolando il tetto, il tutto continuando ad entrare ed uscire dalle finestre mostrando ciò che accade in diverse stanze, e sottolineato dallo splendido main theme, ennesimo centro a firma Goblin. Nessuna descrizione testuale può rendere l’idea della perizia tecnica e della forza visiva di quei pochi minuti che qualsiasi amante del cinema in generale potrà apprezzare senza se e senza ma.
A differenza di molti altri film argentiani recitati poco e male, Tenebre gode di un cast piuttosto valido, in cui spicca Anthony Franciosa che tiene bene la sua parte. Interessanti anche i sottotesti che vengono suggeriti dal critico che intervista lo scrittore, che mette in evidenza come nel romanzo i diversi e gli “anormali”, intesi come omosessuali o viziosi di varia natura, siano le vittime, elemento che si verifica anche nel corso del film.
La costruzione dell’opera è anch’essa di primo livello e riesce nella non semplice impresa di riuscire a seminare tante possibili piste per lo spettatore, che viene portato a credere che l’assassino sia un particolare personaggio per poi essere sistematicamente sbugiardato nel momento in cui proprio quel personaggio viene assassinato. In tal modo, Tenebre riesce a giungere alla propria conclusione ingannando ripetutamente il pubblico e rivelando l’identità del serial killer solo nei minuti conclusivi, destando molta sorpresa. A posteriori, la logica non è del tutto ferrea e qualcosa non sembra essere al posto giusto, ma si può accettare il vizio di fondo, per diversi motivi, in primis perché consente alla vicenda di mantenersi interessante fino alla fine.
Tecnicamente ineccepibile, Tenebre rappresenta l’esempio più alto dal punto di vista della costruzione cinematografica a firma Dario Argento – si pensi all’inseguimento del dobermann, altro momento memorabile e mirabile per svolgimento – e gli si può attribuire come unico difetto, se così lo si può chiamare, quello di essere uscito dopo Profondo Rosso, del quale certamente ricalca lo stile e l’estetica. Da rimarcare come, a fronte del titolo, Tenebre sia caratterizzato da tantissima luce, sia negli interni, molto illuminati, sia negli esterni, spesso e volentieri ambientati durante le ore diurne. Argento, alle prese con la sperimentazione di una fotografia moderna e che si distaccasse dal classico modo di fare horror, arriva ad ambientare un omicidio nel mezzo di una piazza affollata e battuta dal sole, in pieno giorno. Altro centro per il maestro del giallo all’italiana: nessuno lo aveva portato così in alto, nessuno sarebbe mai riuscito ad imitarlo.



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