Inferno
Dario Argento
soprannaturale, splatter, onirico
Eleonora Giorgi, Leigh McCloskey, Veronica Lazar, Sacha Pitoeff
1980
102'
Italia, USA
Dopo l’irripetibile doppietta di clamorosi successi costituita da Profondo Rosso e Suspiria, che avevano spedito Dario Argento nel Gotha dei registi di culto del genere, il passo successivo era delicato e rischioso, con le aspettative ormai schizzate alle stelle e una notorietà internazionale esplosa in seguito al successo francese ed americano del film precedente. Argento, per il ritorno sulle scene, scelse di proseguire sul tema della stregoneria già affrontato in Suspiria, e per molti versi ne proseguì anche il discorso dal punto di vista cinematografico, confezionando un prodotto che presenta alcune somiglianze visive ma che al contempo vira verso tutt’altra direzione.
La produzione italo/americana e la presenza di molti attori esteri, tanto che fu girato in un misto di italiano e inglese, danno subito l’idea della volontà da parte del regista romano di internazionalizzare il proprio cinema e di spingerlo sempre più verso una platea mondiale. Prova ne è anche l’ambientazione a New York, sebbene della città non si veda sostanzialmente nulla. Rose Elliot, una giovane poetessa, entra in possesso di un libro intitolato Le Tre Madri, scritto dal misterioso architetto ed alchimista Emilio Varelli. Nel testo viene narrata la storia delle tre madri degli inferi: Mater Suspiriorum (madre dei sospiri), Mater Tenebrarum (madre delle tenebre) e Mater Lacrimarum (madre delle lacrime). Per queste tre misteriose figure, Varelli afferma di aver costruito tre dimore, una a Friburgo, una a New York e una a Roma. La madre dei sospiri, sita nell’edificio di Friburgo, è stata la protagonista di Suspiria, è ora tempo di raccontare la madre delle tenebre, quella che viene definita la più malvagia delle tre.
Una volta letta la storia, Rose si avventura in esplorazione nei sotterranei della casa dove vive, che si è convinta essere proprio quella descritta da Varelli come covo della madre delle tenebre. Scopre una stanza sommersa, e immersasi per recuperare il portachiavi si imbatte in un corpo in decomposizione. La giovane invia una lettera al fratello, che vive in Italia, a Roma, dove studia musicologia. Lo prega di raggiungerla a New York perché ha paura e si sente in pericolo. Da questo momento in poi, il film rotola lentamente verso una sequenza onirica dietro l’altra, disgregando totalmente i concetti di spazi e distanze, di connessioni, e favorendo alla struttura ed allo svolgimento della trama un approccio legato quasi esclusivamente all’arte visuale. Proprio su quest’ultima Argento compie uno studio ricco e sfaccettato, proseguendo il discorso già iniziato con Suspiria. I colori sono intensissimi, con prevalenza delle tonalità di blu e rosso, e gli avvenimenti si svolgono sempre e solo in notturna, permettendo arditi giochi di luce e colore che rendono l’intero film una sequenza bellissima di immagini artistiche e curatissime.
E’ impressionante notare come nel giro di pochi anni, per la precisione cinque, ovvero quelli intercorsi tra Profondo Rosso e Inferno, Dario Argento sia passato da un approccio matematico e strutturato di affrontare il cinema, attraverso storie solide e logiche, che sfruttavano i meccanismi del giallo arricchendolo di elementi morbosi e violenti, ad un prodotto totalmente libero da vincoli e paletti, che si libera della trama, dei dialoghi e dello sviluppo narrativo, prediligendo le sensazioni e le atmosfere. Suspiria in questo rappresenta un punto intermedio, presentando ancora una trama, sebbene abbastanza abbozzata e priva di spiegazioni e di un reale svolgimento, mentre con Inferno la seconda fase argentiana, quella horror e soprannaturale, prende definitivamente il sopravvento, fissando nuove regole e nuovi standard che, a distanza di un solo anno, Lucio Fulci avrebbe deciso di riprendere nel suo gioiello …E Tu Vivrai Nel Terrore! L’Aldilà.
La valutazione del film non è semplice, poiché in quanto a struttura narrativa ci troviamo di fronte un prodotto debolissimo e povero: buttata lì la storia delle tre madri, non c’è nient’altro che porta a comprendere i gesti e le azioni dei personaggi, né le motivazioni delle loro morti. I meccanismi narrativi sono fondamentalmente inesistenti, rendendolo difficile da seguire e potenzialmente noioso. Tuttavia, le suggestioni ispirate da Inferno sono forti e profonde, e la sua resa estetica lo fa diventare un’esperienza visiva interessante e a tratti straordinaria, quasi psicheledica, rotta solo dai violenti e sanguinosi omicidi. Il suo incedere lento, onirico, ipnotico porta lo spettatore a calarsi in un mondo che non riesce più a percepire come reale, rendendo del tutto credibile anche le ultime battute, con la rivelazione della Mater Tenebrarum, interpretata da una inquietantissima Veronica Lazar. Indimenticabile personaggio, oltre alla madre, è anche l’antiquario Kazanian, un inquietante e mefistofelico Sacha Pitoeff. Tra i temi del film, gli animali visti come servi e portatori del maligno: Argento non fa distinzioni, utilizzando gatti, topi ed insetti, tutti col medesimo ruolo di creature assoggettate ai voleri oscuri. Al termine del viaggio infernale, il ritorno alla realtà sarà brusco e l’inquietudine regnerà a lungo. La mancanza di trama lo rende senza dubbio più debole e con meno appeal rispetto a quanto il regista aveva sfornato negli anni precedenti, ma Inferno resta un prodotto valido che manifesta il valore visionario e tecnico di quello che, a pieno titolo, era considerato tra i grandi maestri dell’horror cinematografico.
Note
- il film si colloca come seconda installazione della trilogia delle Madri. Il primo capitolo è Suspiria, il secondo Inferno e il terzo sarebbe arrivato quasi trent’anni dopo, nel 2007, e si intitola La Terza Madre.
- da segnalare la partecipazione di Gabriele Lavia, protagonista di un’apparizione piuttosto breve nel ruolo di Carlo. La curiosità è che il personaggio ha lo stesso nome di quello, meraviglioso, che l’attore aveva interpretato in Profondo Rosso. Tre anni più tardi, l’attore sarà il protagonista di Zeder di Pupi Avati.



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