Hostel: Part III
Scott Spiegel
torture porn
Brian Hallisay, Kip Pardue, Kelly Thiebaud, John Hensley
2011
88'
USA
Arriva il momento della conclusione per la saga di Hostel, senza dubbio uno dei franchise horror di maggior rilievo del primo decennio degli anni Duemila. I primi due film (riportiamo per comodità i link alle recensioni: Hostel; Hostel: Part II), entrambi diretti da Eli Roth, avevano provveduto a creare un terrore del tutto nuovo nei giovani alle prese con viaggi all’insegna dello sfrenato divertimento e piacere, ed avevano inoltre codificato in maniera definitiva il concetto stesso di torture porn, un vero e proprio sottogenere dell’horror che nell’ultimo decennio è stato sfruttato in maniera piuttosto estensiva. Infatti, oltre all’altro “genitore”, Saw, si pensi a pellicole come Frontiers, Martyrs, A Serbian Film o The Human Centipede, tutte focalizzate sul mostrare la tortura, in maniera voyeuristica e sadica.
Per questo terzo e conclusivo capitolo, Roth abbandona non solo la macchina da presa, ma si sgancia anche dalla produzione, abbandonando la propria creatura nelle mani di Scott Spiegel, già co-produttore dei primi due, nonché sceneggiatore de La Casa 2 e regista del seguito di Dal Tramonto All’Alba. L’inizio del film è promettente: un ragazzo americano di nome Travis entra in una camera d’albergo, che trova ancora occupata da una coppia di ucraini. Lei è molto disinibita e lui sembra il classico soggetto pericoloso, con un coltello in valigia. Tira furi una bottiglia di vodka ma Travis sembra non fidarsi, quindi offre della birra che aveva con sé, che si rivela contenere della droga che fa perdere i sensi alla coppia.
Il prologo sembra realizzato con uno scopo ben preciso: a seguito dei due film precedenti, erano state sollevate non poche critiche per il forte utilizzo di stereotipi nei confronti della gente dei Paesi del centro-est Europa, i cui uomini venivano descritti come zoticoni, violenti e imbroglioni, disposti a tutto per il denaro, e le donne come prostitute. L’inizio della terza parte sembra muoversi nella stessa identica direzione ma viene ribaltato con un colpo di mano sorprendente e che in parte sembra voglia proprio voler trasmettere il messaggio che la crudeltà e il desiderio di denaro sono universali e non legati solo a determinati popoli. E’ così che prende il via il primo Hostel ambientato in terra americana, precisamente a Las Vegas.
E’ proprio lì che ha sede una ramificazione dell’Elite Hunting Club che abbiamo imparato a conoscere: dei ricchi sadici iscritti al club pagano per avere delle vittime da torturare ed uccidere, e nel nuovo anche solo per assistere a scene di tortura eseguite su un palco, mentre sono intenti a sorseggiare drink, discutere, applaudire e giocare d’azzardo sulle reazioni delle vittime, su come moriranno e in quanto tempo.
A non funzionare, però, c’è tutto il contorno: innanzitutto appare a tratti poco credibile il modo in cui il gruppo di protagonisti, dei non giovanissimi tra l’altro, alle prese con un addio al celibato, si ficchino in una situazione disperata, fidandosi di chiunque, addentrandosi in zone periferiche assai poco raccomandabili e perdendo con estrema facilità ogni tipo di prudenza e raziocinio. Più deboli anche le sequenze delle torture, molto poco ispirate e che non riescono nell’intento di agghiacciare o di trasmettere la disperazione, il terrore ed il dolore che invece nei primi due erano elementi palpabili e che si potevano sentire sulla propria pelle.
Giusta la scelta di spostare l’azione negli Stati Uniti, anche per bilanciare rispetto a quanto era stato narrato in precedenza, ma inevitabilmente, al di là dell’aspetto “politicamente corretto” della decisione, a perdere c’è il fascino dei luoghi ed un contesto che era ben più inquietante ed interessante. Nelle luci di Las Vegas, tra soldi ed escort, si è persa buona parte dello spirito selvaggio dei film precedenti, finendo per appiattire il prodotto alla stregua di tante produzioni di livello medio-basso che hanno cercato di bissare il successo proprio dei precedenti Hostel. Il finale, poi, tiene in serbo i momenti in assoluto peggiori, provando a sorprendere con un paio di colpi di scena debolissimi, con personaggi animati da motivazioni troppo superficiali ed una vendetta conclusiva che appare artificiale a dir poco. Insomma, un capitolo conclusivo del quale si poteva tranquillamente fare a meno.
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