Green Room
Jeremy Saulnier
thriller
Anton Yelchin, Imogen Poots, Patrick Stewart, Macon Blair
2015
95'
USA
Gli Ain’t Rights sono una punk band in viaggio nei pressi di Portland con lo scopo di concludere un tour improvvisato. Dopo un imprevisto che ha fatto saltare il loro ultimo ingaggio, accettano di fare un ultimo concerto dietro compenso all’interno di una Skin House neonazista. Una volta terminata la loro esibizione, si ritroveranno prigionieri del gruppo di skinheads…
E’ sempre piacevole scoprire un film per caso. A volte, ad attrarre la nostra attenzione, è un titolo; altre, il nome di un attore o di un regista. Ma ci sono momenti in cui ogni appassionato di cinema sporco che si rispetti si lascia guidare dal proprio istinto, basandosi unicamente sulle sensazioni che evoca in lui la locandina. Quando mi trovai davanti il poster di Green Room, devo ammettere che non sapevo nemmeno della sua esistenza, ma il rimando alla copertina di quel gran pezzo di musica che fu London Calling dei Clash, era talmente evidente da risultare inconfondibile. Iniziai quindi ad indagare e scoprii che si trattava del nuovo film di quel Jeremy Saulnier che, qualche anno fa, mi fece drizzare le antenne con quella bella prova di cinema che fu Blue Ruin in cui affrontava, con stile e originalità, un interessante discorso sull’inutilità della vendetta.
In seguito, dando un’occhiata ai componenti del cast, mi ritrovai davanti il nome del compianto Anton Yelchin (Burying The Ex), del ben più navigato Patrick Stewart (X-Men, Star Trek: The Next Generation) e dell’immancabile, trattandosi di un film di Saulnier, Macon Blair. A quel punto avevo ormai raggiunto il punto di non ritorno e decisi che quello sarebbe stato il titolo destinato ad allietarmi le ultime ore di un’afosa serata di luglio.
Passiamo dunque al film in questione: Saulnier gioca pesante, abbandonando lo stile depressivo e in un certo senso intimista del suo lavoro precedente per realizzare un thriller angosciante e tesissimo, che tiene incollati allo schermo per tutta la durata, spingendoci a fare il tifo per i protagonisti durante la loro lotta per la sopravvivenza. Il richiamo al disco dei Clash, da me precedentemente menzionato, non è affatto casuale, essendo il film ambientato all’interno della scena punk. Quest’ultima viene letteralmente sezionata davanti allo spettatore, come accade per il braccio del personaggio interpretato da Anton Yelchin (recentemente e prematuramente scomparso).
Saulnier non risparmia neppure qualche divertente critica dissacrante, come ad esempio il punk con la cresta che, nonostante l’aspetto aggressivo, pare più a suo agio come perfetto uomo di casa. Il film regge benissimo per tutti i suoi 95 minuti, sostenuto da una sceneggiatura che non brilla per originalità ma che viene valorizzata dalla regia di Saulnier, da un’ottima fotografia e dalla bravura di un cast perfettamente in parte a livello generale.
Parlando del cast, non posso fare a meno di tessere le lodi di un bravissimo Patrick Stewart nel ruolo del proprietario della Skin House, nonchè assoluto capo e mentore dei membri della confraternita neo nazista; una sorta di Walter White (Breaking Bad) di Cranston-iana memoria tutto logica e spietatezza. In conclusione Green Room è un ottimo thriller che fa della semplicità il suo punto di forza, tessendo onestamente la tela di quella che risulta essere una pellicola cupa e violenta. Stilisticamente a mio avviso ineccepibile e intelligentemente di genere, è un film che appassiona e diverte, lasciando piacevolmente sorpreso e appagato chi, come me, sentiva il bisogno di poter gridare ancora una volta, come faceva da ragazzino “Nazi Punks fuck off!” sulle note dei Dead Kennedys.






Una pellicola tesissima e recitata alla grande, un film d’assedio come se ne vedono pochi, una delle più belle sorprese dell’anno!