Dan Trachtenberg
post-apocalittico, sci-fi horror, ossessione
Mary Elizabeth Winstead, John Goodman, John Gallagher Jr
2016
104'
USA
Ho visto Cloverfield molti anni fa – era il 2008 e avevo appena inaugurato la prima versione del sito che ora state leggendo – e non mi piacque granché. Lo trovai poco realistico, pur nella improbabilità dei suoi fatti, per approccio e anche per la tecnica con cui fu diretto. Eppure, a quanto pare in molti lo apprezzarono. Non avendolo più visto nel corso degli anni, non so se il mio giudizio oggi sarebbe diverso, ma non ne conservo un gran ricordo. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, hanno riesumato l’universo di Cloverfield, se così si può dire, per girare un sequel che sequel in realtà non è, ma che poggia semplicemente sul concetto dell’originale: una qualche minaccia che provoca distruzione. Sì, generico esattamente in questi termini.
In un veloce prologo, facciamo la conoscenza di Michelle, una giovane donna che, dopo una telefonata che la scuote, prepara la valigia e lascia l’appartamento dove vive col suo ragazzo. Sale in macchina e si allontana ma, durante il viaggio, distratta dai tentativi di chiamata del fidanzato, fa un incidente ed esce fuori strada. Al risveglio si ritrova in una stanza coi muri in mattoni, stesa su un materasso poggiato direttamente sul pavimento e con una gamba ferita e legata a una catena fissata al muro. Fa presto conoscenza con Howard (interpretato da John Goodman), il proprietario del posto, nonché colui che dice di averla trovata e portata in salvo. La ragazza si ritrova spaesata e non comprende dove si trovi e perché non l’ha portata all’ospedale, e l’uomo inizia a mostrarsi sempre più strambo. Le racconta che si trovano sotto la sua fattoria, in un bunker anti-atomico che egli stesso ha costruito in caso di attacco alieno o di forze nemiche, e che deve ringraziarlo perché è salva grazie a lei, mentre fuori sono ormai tutti morti.
Il senso di straniamento che si vive per buona parte del film è credibile e concreto. La situazione è surreale e, oltre a Michelle, c’è un altro prigioniero, Emmet, che incarna invece la fiducia e l’ingenuità nel credere pedissequamente a quanto racconta Howard. Lo spettatore è spiazzato e, sebbene sia naturale pensare che l’attacco sia solo immaginato dal paranoico Howard, man mano emergono elementi che inducono a pensare che potrebbe non avere torto. Le dinamiche del terzetto subiscono mutazioni nel corso della convivenza forzata: Michelle, la più reattiva dei tre, è quella che mette in campo più energie per trovare una via di fuga, finendo per coinvolgere anche il più tranquillo e rassegnato Emmet. Howard, dal canto suo, si rivela sempre più instabile e bugiardo, mascherando una natura che potrebbe essere quella di un omicida.
rigionia: è ossessivo, claustrofobico e capace di mantenersi interessante per via delle, poche ma utili, rivelazioni che avvengono nel tempo. Il finale invece cambia registro e contesto, rivelandosi sufficientemente autoironico da non rendersi pacchiano. Dietro la produzione del prezzemolino J.J Abrams viene in definitiva fuori un film che con l’originale Cloverfield non ha reali connessioni – e d’altronde lo script originale non era legato al suo universo -, limitandosi a ipotizzare una qualche situazione di attacco che porta a catastrofi nei centri cittadini ma anche a una pronta reazione, che si sovrappone a quella che, in piccolo, ha Michelle, la quale nella sequenza finale, per la prima volta nella sua vita, compie una scelta in opposizione a quelle che ha sempre preso.
Col primo film non condivide neanche la tecnica registica, abbandonando il mockumentary che sarebbe stato inutile e non attuabile in questo caso. Anche i ritmi sono del tutto diversi e, in generale, si potrebbe dire che è stato scelto un approccio che segue il credo che non sempre di più equivalga a meglio. Riuscendo a non risultare prevedibile, poiché è difficile intuire cosa stia realmente accadendo fuori fino alle battute finali, mantiene vivo l’interesse dello spettatore per la sua interezza, poggiando su una ottima interpretazione di John Goodman, vero pilastro del film, il cui personaggio detiene molto di quello che è il mistero che avvolge la vicenda. E così, a sorpresa, ci si ritrova con un film che, a prescindere dal suo tenue legame col già citato Cloverfield, è meritevole di attenzione senza necessariamente scomodare altri brand e altri nomi: funziona per quel che è, non per i nomi che si porta dietro.
Warning: A non-numeric value encountered in /home/lucatrif/public_html/creepyvisions.it/wp-content/themes/explicit/functions/reviews.php on line 391




Lascia un commento